Prendi per mano Stefania
Io e mia madre abbiamo poco in comune, forse una certa impossibilità esistenziale da lei scelta per se stessa e da lei obbligatami per disinteresse verso la persona che sarei potuta essere senza le sue iniezioni di vigliaccheria e rassegnazione.
Io e mio padre non abbiamo niente in comune, ma quando mi guardo allo specchio e vedo uno scarafaggio so che la colpa non è di Kafka.
L’alfabeto ha ventuno lettere e nessuna di loro mi dà conforto, il mondo sta scoppiando di dèi più o meno plausibili, nessuno dei quali sa da me lasciarsi credere.
Ieri ragionavo sul concetto di soldi falsi: come possono essere più falsi di quelli veri? Cosa significa tutto questo? Kafka probabilmente avrebbe una risposta, probabilmente sbagliata, ma è morto, e non so nemmeno quanto sia contento di essere stato seppellito assieme ai suoi parenti in un piccola tomba di famiglia nel cimitero ebraico di Praga. Io sono stata a Praga ma non l’ho vista, chè nonostante la mia passione per le lapidi pagare il ticket per visitare un cimitero mi sembrava eccessivo, umanamente parlando.
Vivere è per me un infinito tuffo carpiato rovesciato nel vuoto, è un contratto precipitarsi, un doloroso non capire mai un cazzo. Alla fine del quale comunque si muore.
Gli altri mi fanno sentire sola, ma sentirsi soli non è uno stile di vita, niente lo è.
E sto in silenzio perchè ho sempre l’impressione che sotto sotto (ma anche sopra sopra) ci sia qualcosa di enormemente sbagliato, di fronte al quale non so improvvisare, non so nemmeno fingere per sopravvivenza, mi sento solo cadere velocissima verso questa piscina senz’acqua a causa di un dio un po’ assetato.
Ma non lo biasimo perchè poi penso che anche lui, nei giorni festivi, dovrà tenersi compagnia in qualche modo. Dio, vorrei che sapessi questo: non ti biasimo.
Forse ho detto una bugia.
Geppetto è stato inghiottito da un pescecane e non da una balena, ma questo non tutti lo sanno, e onestamente penso non sia giusto: a tutti i bambini dovrebbe essere raccontato che la colpa è del pescecane
Molto probabilmente penseresti a una Partenza
Ieri ho fatto la risonanza magnetica per la prima volta nella mia vita, ed è stato inquietante. Io mi stavo per far prendere dal panico una volta incastrata in quella stretta capsula di plastica e aria gelida e rumori assordanti (dimenticavo: prima d’infilarmici dentro mi hanno vestita da rugbista), così mi sono messa a canticchiare Battiato. Battiato Battiato Battiato. E poi ho immaginato d’esser a mangiare sushi in un “all you can eat”, tanto che ad un certo punto mi sono chiesta: ma io che ci faccio vestita da rugbista all’interno di una macchina da risonanza magnetica? Non stavo mangiando un maki gigante ascoltando “La stagione dell’amore”? E poi odio questa mia mania di render, per sopravvivenza, divertenti le cose brutte, odio questo mio dover sdrammatizzare, l’umorismo pirandelliano che cova il dolore.
‘Sfiorire’ non è il termine esatto
La sera della vigilia
l’ho trascorsa sdraiata in un lettino d’ospedale
accanto a una vecchia signora mezza sorda con dei problemi a un rene
alla quale il medico di turno chiedeva se avesse altre malattie oltre al parkinson e alla depressione.
Io avevo infilata nel braccio sinistro
una flebo
d’impotenza
e il cuore che sapeva
di non potersi permettere d’avere diciannove anni.
Aforisma: Quest’orrore della solitudine, questo bisogno di dimenticare il proprio Io nella carne esteriore, l’uomo lo chiama nobilmente bisogno d’amare.
Se Dio sapesse cosa provo
ad essere sconosciuta ai conoscenti
e quanto questo e altre cose
mi ammalino,
saprebbe darsi un alfabeto
in grado di rispondere
a preghiere incapaci e frettolose
con cui non faccio altro
che ribadirmi vinta

Una volta amavo la neve.
In questi corridoi bianchi e asettici che si ramificano nei miei pomeriggi come vene nei polsi
io conosco il distacco, la separatezza, l’abisso, la malattia, la mancanza, l’urgenza di essere.
Osservo mia madre e sul suo viso sento incendiarsi
la sconfitta, il fallimentare sforzo uterino, l’aborto mancato
che io ora vesto, vivo. Sono.
La guardo e vorrei che fosse crollo
cortocircuito, sospensione, tempo senza gravità, fine.
Ho imparato a trattenere
il silenzio in gola
dove sta il vuoto di parole non dette
e a muovermi ferita in spazi controvento,
fingendomi al mondo.
Ci sono quattro cose di cui ho paura:
amare, essere amata, non amare, non essere amata. Nient’altro è.
Sterile, come il deserto.
Quando leggo Pasolini che parla di sua madre non mi commuovo, perché quelle parole non mi appartengono. Capite cosa intendo?
Stanotte ho avuto paura come non ne avevo da tempo. E mi sono ricordata di quanto desiderassi vivere, di quanto ne avessi bisogno.
Asfalto da calpestare, erba su cui rotolare, stelle da indicare col dito, musica su cui disperarsi e poi telefoni per scoprirsi distanti, stazioni in cui restare immobili, vino sotto cui nascondersi, persone con cui parlare, amici con cui stare in silenzio, un cubo di cemento da chiamare casa.
Neanche i dolori mestruali mi sembravano più così attanaglianti, e nemmeno Kafka sarebbe stato capace di farmi sentire in colpa per la mia bruttezza.
Forse per qualche istante ho anche creduto ai miracoli.
Quando ho iniziato a trattenere le emozioni? A non fidarmi più delle parole? Si può vivere senza ricordarsi l’odore del mare? Si è ancora vivi?
Uno spazio bianco tutto per me, non chiedo altro, uno spazio bianco da imbrattare. In cui entrare senza dover mai domandare permesso. Sulle pareti vergini dipingerei fiori, uno per ogni primavera che non ho vissuto, uno per ogni giorno in cui sono morta nella mia stanza.
Di giorno li innaffierei e lascerei le finestre sempre aperte, così che api e farfalle possano entrare a impollinarli, mentre di notte li addestrerei al freddo invernale, dicendo loro “Fiori miei, disperatevi! Non fate come me, sappiate dare un nome al vostro malessere, un alfabeto al vostro dolore!”, e non si sentirebbero mai soli, chè sul frigo attaccherei un post-it per non dimenticare di addomesticarli.
Dal terrazzo si vedrebbe la Tour Eiffel, il Colosseo, la Cordigliera, il Danubio, e un cielo che abbia la costanza delle stagioni. E di tutti i silenzi, io sarei il direttore d’orchestra.
Stamattina quando mi sono svegliata tutto era come sempre, i miei dolori mestruali, la mia bruttezza, la mia pelle muta e isterica,
e io come un pendolo
tra l’attesa
e il niente, che nell’attesa vive.
Capite cosa intendo?
Io no,
e lo sento nelle gambe
il non poter camminare.
Seppur di sfuggita, Esserci.
Quando il medico disse “Neurodistonia! Schizofrenia latente!” capii che avrei avuto una buona
scusa per le mie stranezze. Adesso sorrido davanti a tutti quei nomi con cui mi hanno
chiamata, nomi che non erano miei ma che si sono serviti di me per esistere. Per un po’ ho
delegato a loro la colpa dei miei silenzi, della mia bizzarria, nessuno mi aveva mai spiegato
che in realtà erano solo parole, invenzioni per catalogare il dolore. Io per non cadere sono
rimasta seduta, immobile, come morta. Per non fare incubi ho smesso di dormire, per non
soffrire ho smesso di amare. Tutti i giorni sono stati giorni qualunque, tutte le persone,
passanti. Non volevo cambiare, non volevo smettere di tormentarmi, non volevo rischiare di
cadere. Per non fare rumore ho smesso di muovermi. Per sopportare la notte ho iniziato a
bere, per sopportare il giorno, a fumare. Non era un vortice, un turbine omicida,
una tromba d’aria, era un mare piatto e nero, quieto e denso. E su un mare così non si può
navigare, si può solo aspettare. Poi un pomeriggio mi sono scoperta fragile, mi sono tolta la
maglietta e guardata allo specchio, e tutto quel bianco m’ha accecata come se stessi di fronte
al riflesso di un mostro. Ho allargato le braccia come a crocefiggermi e mi sono detta “Ecco
com’è, non aver niente da perdere”. E ho scelto di essere forte, di bastarmi, di portarmi
sempre tutta intera con me; giorno dopo giorno mi sono accorta che nonostante tutto sapevo
ancora sentire il mare in conchiglie che il mare lo avevano dimenticato da un pezzo, o in
bicchieri di vetro da sette euro e cinquanta. Non ho smesso di farmi del male, di circondarmi
di giorni qualunque, ma adesso una caduta ogni tanto la rischio, anche se so che sotto non ci
sono né mani né bocche a raccogliermi, né sorrisi a rallentare il crollo. Adesso sono una di
quelle classiche persone che t’immagineresti leggere Boris Vian seduta al tavolino di un bar
del centro, magari con la testa un po’ curvata a sinistra. E sfogliare le pagine lentamente,
come se mi muovessi a tempo di sax, lo sguardo serio e le gambe accavallate. Adesso se mi
guardi dici “Vedi quella, sicuramente è una che va a letto alle nove e mezza e che non è mai
arrivata in ritardo a un appuntamento.” Ogni tanto mi viene da piangere quando mi trovo in
mezzo a troppa gente o davanti a Piazza San Pietro, al Duomo di Prato, ai Portici di Bologna, e
non sono sicura col tempo passerà, non so se voglio che passi. E’ il mio modo di emozionarmi.
Quando il medico disse “Schizofrenia!” mia madre pensò che avrebbe avuto una buona scusa
per le mie stranezze. Ora chiedo perdono per quella che sono stata e per quella che non ho
smesso di essere, per le volte che ho tentato d’annebbiarmi, fallendo puntuale. Ora ho
imparato a ridere di me stessa, e a non riconoscere più una sconfitta, quando la vedo.
Così non posso dire “Non ne vale, non ne valgo la pena”.

Il dolore ammobiliato.
Il letto i fornelli le pareti
le finestre del salotto la vasca da bagno il soffitto
tutto dentro questa casa
parla di me che soffro
tanto che mi sembra di vivere
nella mia stessa disperazione
Tutto. Vuoi che ti parli della felicità?
m’accorgo che non manchi
chè forse non ci sei mai stato sul serio
e io ho conosciuto di te
solo l’assenza
e l’ho chiamata vita
mentre chiaramente era altra cosa
un orto abbandonato
lontano dall’estate
più di quanto tu lo fossi
dal mio essere conchiglia cicatrice cascata cemento
insomma tutte cose
da cui guardarsi
mi ha ammalata
di quei silenzi selvaggi
da cui pretendevi di salvarmi
Passò del tempo e tu
tornasti
come un cancro irrisolto
che bestiale e infallibile
ti punge proprio nel giorno della dimenticanza
e ti fotte
l’opportunità Adesso nelle ore di matematica e fisica
alterno Dylan Dog a Majakovskij
e detesto
il non poterti pensare
Mi hai annerita


