Una volta amavo la neve.
In questi corridoi bianchi e asettici che si ramificano nei miei pomeriggi come vene nei polsi
io conosco il distacco, la separatezza, l’abisso, la malattia, la mancanza, l’urgenza di essere.
Osservo mia madre e sul suo viso sento incendiarsi
la sconfitta, il fallimentare sforzo uterino, l’aborto mancato
che io ora vivo. Sono.
La guardo e vorrei che fosse crollo
cortocircuito, sospensione, tempo senza gravità, fine.
Ho imparato a trattenere
il silenzio in gola
dove sta il vuoto di parole non dette
e a muovermi ferita in spazi controvento,
fingendomi al mondo.
Ci sono quattro cose di cui ho paura:
amare, essere amata, non amare, non essere amata. Nient’altro è.
Sterile, come il deserto.
Quando leggo Pasolini che parla di sua madre non mi commuovo, perché quelle parole non mi appartengono. Capite cosa intendo?
Stanotte ho avuto paura come non ne avevo da tempo. E mi sono ricordata di quanto desiderassi vivere, di quanto ne avessi bisogno.
Asfalto da calpestare, erba su cui rotolare, stelle da indicare col dito, musica su cui disperarsi e poi telefoni per scoprirsi distanti, stazioni in cui restare immobili, vino sotto cui nascondersi, persone con cui parlare, amici con cui stare in silenzio, un cubo di cemento da chiamare casa.
Neanche i dolori mestruali mi sembravano più così attanaglianti, e nemmeno Kafka sarebbe stato capace di farmi sentire in colpa per la mia bruttezza.
Forse per qualche istante ho anche creduto ai miracoli.
Quando ho iniziato a trattenere le emozioni? A non fidarmi più delle parole? Si può vivere senza ricordarsi l’odore del mare? Si è ancora vivi?
Uno spazio bianco tutto per me, non chiedo altro, uno spazio bianco da imbrattare. In cui entrare senza dover mai domandare permesso. Sulle pareti vergini dipingerei fiori, uno per ogni primavera che non ho vissuto, uno per ogni giorno in cui sono morta nella mia stanza.
Di giorno li innaffierei e lascerei le finestre sempre aperte, così che api e farfalle possano entrare a impollinarli, mentre di notte li addestrerei al freddo invernale, dicendo loro “Fiori miei, disperatevi! Non fate come me, sappiate dare un nome al vostro malessere, un alfabeto al vostro dolore!”, e non si sentirebbero mai soli, chè sul frigo attaccherei un post-it per non dimenticare di addomesticarli.
Dal terrazzo si vedrebbe la Tour Eiffel, il Colosseo, la Cordigliera, il Danubio, e un cielo che abbia la costanza delle stagioni. E di tutti i silenzi, io sarei il direttore d’orchestra.
Stamattina quando mi sono svegliata tutto era come sempre, i miei dolori mestruali, la mia bruttezza, la mia pelle muta e isterica,
e io come un pendolo
tra l’attesa
e il niente, che nell’attesa vive.
Capite cosa intendo?
Io no,
e lo sento nelle gambe
il non poter camminare.
Seppur di sfuggita, Esserci.
Quando il medico disse “Neurodistonia! Schizofrenia latente!” capii che avrei avuto una buona
scusa per le mie stranezze. Adesso sorrido davanti a tutti quei nomi con cui mi hanno
chiamata, nomi che non erano miei ma che si sono serviti di me per esistere. Per un po’ ho
delegato a loro la colpa dei miei silenzi, della mia bizzarria, nessuno mi aveva mai spiegato
che in realtà erano solo parole, invenzioni per catalogare il dolore. Io per non cadere sono
rimasta seduta, immobile, come morta. Per non fare incubi ho smesso di dormire, per non
soffrire ho smesso di amare. Tutti i giorni sono stati giorni qualunque, tutte le persone,
passanti. Non volevo cambiare, non volevo smettere di tormentarmi, non volevo rischiare di
cadere. Per non fare rumore ho smesso di muovermi. Per sopportare la notte ho iniziato a
bere, per sopportare il giorno, a fumare anfetamine. Non era un vortice, un turbine omicida,
una tromba d’aria, era un mare piatto e nero, quieto e denso. E su un mare così non si può
navigare, si può solo aspettare. Poi un pomeriggio mi sono scoperta fragile, mi sono tolta la
maglietta e guardata allo specchio, e tutto quel bianco m’ha accecata come se stessi di fronte
al riflesso di un mostro. Ho allargato le braccia come a crocefiggermi e mi sono detta “Ecco
com’è, non aver niente da perdere”. E ho scelto di essere forte, di bastarmi, di portarmi
sempre tutta intera con me; giorno dopo giorno mi sono accorta che nonostante tutto sapevo
ancora sentire il mare in conchiglie che il mare lo avevano dimenticato da un pezzo, o in
bicchieri di vetro da sette euro e cinquanta. Non ho smesso di farmi del male, di circondarmi
di giorni qualunque, ma adesso una caduta ogni tanto la rischio, anche se so che sotto non ci
sono né mani né bocche a raccogliermi, né sorrisi a rallentare il crollo. Adesso sono una di
quelle classiche persone che t’immagineresti leggere Boris Vian seduta al tavolino di un bar
del centro, magari con la testa un po’ curvata a sinistra. E sfogliare le pagine lentamente,
come se mi muovessi a tempo di sax, lo sguardo serio e le gambe accavallate. Adesso se mi
guardi dici “Vedi quella, sicuramente è una che va a letto alle nove e mezza e che non è mai
arrivata in ritardo a un appuntamento.” Ogni tanto mi viene da piangere quando mi trovo in
mezzo a troppa gente o davanti a Piazza San Pietro, al Duomo di Prato, ai Portici di Bologna, e
non sono sicura col tempo passerà, non so se voglio che passi. E’ il mio modo di emozionarmi.
Quando il medico disse “Schizofrenia!” mia madre pensò che avrebbe avuto una buona scusa
per le mie stranezze. Ora chiedo perdono per quella che sono stata e per quella che non ho
smesso di essere, per le volte che ho tentato d’annebbiarmi, fallendo puntuale. Ora ho
imparato a ridere di me stessa, e a non riconoscere più una sconfitta, quando la vedo.
Così non posso dire “Non ne vale, non ne valgo la pena”.

Il dolore ammobiliato.
Il letto i fornelli le pareti
le finestre del salotto la vasca da bagno il soffitto
tutto dentro questa casa
parla di me che soffro
tanto che mi sembra di vivere
nella mia stessa disperazione
Tutto. Vuoi che ti parli della felicità?
m’accorgo che non manchi
chè forse non ci sei mai stato sul serio
e io ho conosciuto di te
solo l’assenza
e l’ho chiamata vita
mentre chiaramente era altra cosa
un orto abbandonato
lontano dall’estate
più di quanto tu lo fossi
dal mio essere conchiglia cicatrice cascata cemento
insomma tutte cose
da cui guardarsi
mi ha ammalata
di quei silenzi selvaggi
da cui pretendevi di salvarmi
Passò del tempo e tu
tornasti
come un cancro irrisolto
che bestiale e infallibile
ti punge proprio nel giorno della dimenticanza
e ti fotte
l’opportunità Adesso nelle ore di matematica e fisica
alterno Dylan Dog a Majakovskij
e detesto
il non poterti pensare
Mi hai annerita
L’idea di non essere degna di te.
Si dovrebbe esser morti del tutto quando si è morti a metà – mai burlare la vita, mai truffare l’amore. E io solo una larva di me stessa.

Questo buonsenso idiota e ateo riduce la libertà umana ad una sorta di costrizione al vagabondaggio nel vuoto più assoluto. Almeno credo.
Quando non credi in dio hai mille treni da prendere ma nessun posto in cui andare perché nessun posto ti appartiene, nessun parco, nessuna piazza sa lasciarsi passeggiare e nessun semaforo rosso sa imporre il pericolo. Niente comunica niente e niente esiste all’infuori del niente. Nell’assurdità del vivere si annulla anche la speranza di un cambiamento, ingranaggi di questa colossale macchina suicida che ci obbliga un nome e un cognome, figli di questo bulimico marchingegno di morte, che ingurgita per poi rigettare, che digrigna i denti tra un conato e l’altro.
L’assenza di dio pesa al mondo, l’assenza di dio è un leone affamato in mezzo a un branco di gazzelle, l’assenza di dio annulla la necessità inevitabile di essere morti per sentircisi. L’assenza di dio non lascia via di scampo, ma forse abbiamo ancora un po’ di tempo per fingere che non sia così.
Sdraiata come l’orizzonte, come il mare, come il corpo di una donna nell’atto del sonno – è la mia assenza. Lei al mondo non pesa niente, e in tutta sincerità ultimamente pesa poco anche a me stessa.
Brucia se mi lasci, ma strazia se rimani.
Dicevi che avevo l’abitudine di guardare sempre l’orologio come se temessi di morire troppo tardi. Parlavi sottovoce quando mi stringevi le braccia e dicevi “Questa è morte”, era giovedì mattina e stavamo chiusi nel bagno del terzo piano quando hai detto “Porcamiseria” e io guardandoti non ricordavo di aver mai visto prima la paura che in quel momento ti tremava negli occhi. “Porcamiseria. Questa è morte. E’ merda” mentre con le tue dita premevi forte sulle mie braccia e io mi sentivo una pistola puntata alla testa nell’umiliazione dell’essere colta sul fatto. Dicevi che se io avessi abitato al diciassettesimo piano non ci avrei messo neanche quindici minuti a decidere di buttarmi di sotto. Che in realtà non avevo mai guardato all’interno dei miei bicchieri mezzi vuoti. Caffè, latte acido, vino rosso: e se dentro ci fosse stata piscia? Io piuttosto che ascoltarti mi sarei fatta dodici ore di fila di chimica organica con il professore più noioso del mondo, Io piuttosto che sentirti dire che ho un cuore di eternit. Non sapevo se fidarmi di te perchè avevi quegli occhi strabici di ottimismo con i quali tutto il mondo doveva fare i conti, e prendevi solo cose belle, e le brutte le lasciavi agli altri. E ne valeva sempre la pena. Io non sapevo se fidarmi perchè gli ottimisti, un po’ come gl’innamorati, i preti e i suicidi, non sono sempre persone affidabili. E quando hai detto “Porcamiseria” hai capito che io non ero altro che una volpe uguale a centomila altre, e che non sarebbe stato possibile addomesticare questo mio mancarmi. Questo non rendermi a me stessa. E settembre torna sempre, con la sua valigia piena di foglie secche e giorni morti. Settembre è tornato, e un po’ mi manca il non poterlo vivere.
Mi chiamavi Schopenhauer, a me faceva sorridere.
Nei drugstore, nei market, nei bar, la gente è stanca, non ha voglia di muoversi, e la sera io sto là in piedi e guardo attraverso questa casa e la casa non ha voglia di essere costruita.
Ci facciamo di acidi perché siamo infelici, ci droghiamo per tentare di ritornare a provare le stesse sensazioni di quando eravamo feti, per tentare di ricordare com’era stare in un utero con la sola compagnia del proprio fegato, dei propri polmoni, dei propri intestini per nove mesi, per nove lunghi mesi il mondo fuori è passato senza che noi sapessimo neanche che cosa fosse, mentre le moto sfrecciavano sui semafori rossi, i giovani si amavano e i vecchi seduti sulle panchine al parco facevano il conto alla rovescia; Gandhi, il muro di Berlino, i Beatles, le lenti a contatto, la pentola a vapore, le autoreggenti, il protocollo di Kyoto, Marilyn Monroe, il Bernini, monarchia o repubblica, il cancro al seno, l’aspirapolvere, ho fame sono malata e ho tre bambini per favore datemi una moneta, il Titanic, Eschilo, il solstizio d’estate, la penna a sfera, il si bemolle, gli omogeneizzati, la matematica, le quattro del mattino, il Papa, le zanzare, la mostarda, il presepe, gli anni 70, l’Unione Sovietica, la congiura di Catilina, il Vietnam: Sylvia Plath metteva la testa nel forno e noi lì dentro ad aspettare che ci spuntassero le dita, che l’iride si dividesse dalla pupilla. Adesso ci droghiamo perché di tutto questo non ci rimane altro che un nodo in mezzo alla pancia, e un nodo in mezzo alla pancia non è abbastanza. E allora spara papà, spara.
Giudizi Universali. Dio non è una realtà di fatto.
Piove da giorni da anni piove nevica e nevica sui cedri e piove signore portate via dal balcone i vostri vasi di begonie altrimenti finiranno affogati da tutta questa pioggia che è qui da settimane ed è fredda e picchia forte sulle nostre schiene nude e piove mentre noi ci accovacciamo a terra abbracciamo le gambe e pigiamo forte le ginocchia sugli occhi per non vedere per non sentire tutta questa pioggia che anche d’estate siamo costretti a e queste parole cadono sul desktop alla rinfusa come tante gocce pazze e decise queste parole suicide si schiantano al suolo e muoiono in silenzio come tante piccole gocce che appaiono e scompaiono allo sbattere delle mie palpebre ora esistono e ora non ci sono più quando chiudo gli occhi posso sentire lo stesso il rumore del loro impatto col terreno in cui sguazzo le unghie infilate nella terra umida e assassina tremare debolmente tremare se apro gli occhi ritrovo sempre lo stesso mondo davanti mondo molle e malato che finirà per afflosciarsi come un orologio di Dalì sotto tutta questa pioggia che investe le strade scuote gli alberi fa fremere il mare e scappare i gatti che corrono a ripararsi tra le ruote di un tir o nel sottoscala di qualche vecchia casa di qualche vecchia signora che guarda il disastro dalla finestra del salotto e pensa piove oh santo cielo come piove mentre il giornalista in tv dice più o meno le stesse cose e tutto il mondo è chiuso nelle proprie case a pensare alla pioggia che sta fuori e così le nuvole si gonfiano e piove sempre di più il cielo esplode e noi aspettiamo di morire senza neanche la speranza di poter vedere l’arcobaleno.

